R. Parenti Castelli e M.L. della Rosa Antonellini, due petesse

Entrambe le autrici emiliane, originarie dell’Appennino bolognese, Monghidoro, la prima, di Alfonsine, Ravenna, la seconda, portano avanti una poetica particolarmente originale, mettendo al centro del loro percorso la relazione con le altre donne e il rapporto con il femminile della lingua materna.

Non sono al loro primo libro di poesia: Roberta Parenti Castelli ha alle spalle un lungo lavoro maturato nel confronto con la tradizione della poesia delle donne e con il senso del sacro femminile, e voglio ricordare tra i suoi lavori il denso saggio sull’eros “Tutta in te ardo, signore delle ali”, del 1998 e la raccolta di poesia “Per frammenti d’azzurro”, del 2006.
Di Maria Laura della Rosa Antonellini cito almeno le ultime raccolte: “La Filosofa delle stelle” (2000), “In piena mancanza”(2006), “Preziose” (2011), “Discorso d’amore” (2011), oltre alla riflessione sulla lingua materna che ha avviato da anni assieme al gruppo poetico di cui è fondatrice, “Società di poesia, arte della lingua materna”, di cui ricordo l’interessante lavoro sfociato nell’antologia “La lingua che ci accade”, scritto assieme a una decina di autrici.

Immortale, fra noi, la dea”, come suggerisce già il titolo, è una raccolta di poesie che hanno per filo conduttore la presenza di un femminile diffuso, orizzontale, che pervade la realtà, anche se non viene percepito da tutti, ovvero non ha ancora pieno accesso alla sfera del simbolico. La dea, immortale perché vive tuttora nel femminile della società, può assumere e assume le forme del quotidiano (una donna nella sua cucina è una “Cerere opulenta”, una “semplice Vesta”), oppure le forme del rapporto con altre donne, dell’affidamento ad una particolare altra donna, che diviene motore spirituale (Mio regale cartografo).

Ma fin dalla dedica alle nonne materna e paterna, ai loro luoghi originari, la montagna bolognese, vi è presente una genealogia amorosa, una linea materna che diventa flusso d’amore, energia vitale, riverberandosi attraverso il pensiero femminile e la gratitudine verso le madri terrestri e letterarie, cui
si guarda come a “pantografi amorosi”, modelli di consapevolezza e di vita, uniti dall’energia emanata dalla madre terra e dalla madrelingua. Da qui la necessità di uno stile che si rifà all’antico, cioè all’inno, all’ode, all’invocazione liturgica, per tessere e cantare in lode delle madri, nella forma della lupa selvaggia, dell’inno a Cerere, della Vecchia donna Luminosa e sapiente, della grande dea, e in compagnia di Gaspara, Veronica, Cristina, Saffo, Etty Hillesum, della luna, di Demetra e Core, Karen Blixen, Cristina di Pizzano, Maria Zambrano, ma anche di quei poeti, come Leopardi o Sergio Corazzini, che avvertirono forse per primi il senso e la pena di un femminile asservito (A Silvia) e della diversità.

Perché, assieme al senso del meraviglioso che genera questa tensione fusionale verso la madre, esiste tuttavia il senso della contraddittorietà verso quella che Roberta definisce la dea decaduta, sottomessa alle leggi del patriarcato. Questo oscuramento della potenza della dea è presente anche nella spinosa questione
del femminile di dio, che Roberta affronta nelle liriche dedicate a Maria e alla Beata Vergine di San Luca.
Parte integrante del libro è la terza, che racchiude due riflessioni in prosa: “Sul titolo di questa raccolta” e “Dedicato alle amiche”, in cui utilizza il linguaggio del saggio affettivo per avviare una riflessione sui temi delle poesie, come a far coincidere ancora una volta mente e cuore, accoglimento del lettore e conversazione privata con lui.

La voce della madre percorre anche le pagine di “Paradosso felice”, della romagnola Maria Laura della Rosa Antonellini, sotto la forma di poesie e poemetti divisi in due parti: “Prima del pensiero” e “La calda coperta delle voci”. Paradosso felice è il pensiero che “inventa” per “rendere grazie”, secondo una bella espressione di Chiara Zamboni. “Pensare è ringraziare”, ed infatti queste poesie esprimono anch’esse l’amore ed il ringraziamento verso la madre, che sta prima del pensiero e verso il padre, che questo pensiero restituisce, sotto forma di “voce del mondo”. “La gratitudine mi fa parlare”, scrive Maria Laura in chiusura di quello che mi è apparso un emozionato canto alla felicità della lingua, alla sua scoperta appassionata.

“La lingua di mia /madre veglia. E mi protegge”, scrive ricordando le sere degli inverni, la parlata larga e padana della madre, le risate delle donne in circolo a raccontare, a impastare farina, “mentre le mani continuano a cucire”. E sogna il sogno di sua madre, rievocando la scena della salvezza di loro due durante
un episodio di guerra, una salvezza difficile, un faccia a faccia con la morte da cui le allontana la voce del padre, che le traghetta in salvo.
Voce della madre che è principio di tutte le cose, pensiero prima del pensiero, “desiderante materno mistero”, sogno natale, esperienza prima di ogni altra esperienza.

Per quanto riguarda lo stile, i critici hanno parlato per una delle precedenti raccoltw, “Pietre d’acqua” (1994), di “una presenza non rimossa della madre” e , nel libro “La fanciulla del miele”, della “presenza di un archetipo femminile lietamente sacro”.
In “Paradosso felice” le presenze e le assenze, la memoria del passato e della sua lingua, assieme al mito del padre e della madre, sono “richiamati nel ricordo di antiche sere”.

Loredana Magazzeni, gennaio 2012

Roberta Parenti Castelli, Immortale – fra noi – la dea, Bologna, Pendragon Fortepiano 2011

Maria Laura della Rosa Antonellini, Paradosso felice, Cesena, Società Editrice “Il Ponte Vecchio” 2009

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