Attentato di Brindisi: non è un Paese per giovani (donne)

(nicolò villa/flickr)

A poche ore dall’attentato di Brindisi, sfogliati i blog e i siti di informazione, ci fermiamo a riflettere su un particolare che ci pare non trascurabile – e che pure non troviamo analizzato negli scritti che raccontano l’evento.
Non è un caso, crediamo, che la bomba di questa mattina – messa per uccidere, certo, ma forse anche o soprattutto per spaventare, per lanciare un messaggio chiaro – sia stata posizionata in quella scuola. Intitolata, sì, ai coniugi Falcone e Morvillo, e dunque a una memoria antimafia ben precisa; e però pure scuola frequentata quasi esclusivamente da ragazze.

Non possiamo non pensare alle donne di mafia, e all’impianto patriarcale che regge le cosche; a quel maschilismo radicato che non può fare a meno delle donne e di ruoli ben saldi e immutabili; a quelle che, a costo della vita, hanno deciso di non starci, e di cominciare a minare quell’impianto dall’interno. Insieme a tutto questo, allora, non possiamo non pensare che la decisione di colpire proprio questa scuola, proprio in questa città, serva uno scopo duplice: oltre a quello più generale di ‘dissuadere’ la cittadinanza dalla passione civica antimafia, quello più specifico e sottile di intimidire le donne più giovani, pericolose per il sistema mafioso in quanto scintille dalle quali può partire (ed è già partito) l’incendio del cambiamento e della ribellione.

Ragioniamo sulla matrice mafiosa dell’attentato sulla scia delle notizie in rete, che paiono darla per scontata. Ma allarghiamo la riflessione anche ad un ambito più ampio, convinte che le donne più giovani spesso rappresentino un ‘pericolo’ per i sistemi di potere, di qualsiasi genere essi siano: poiché incarnano il futuro di un Paese e la possibilità di cambiamento radicale. E per il potere non c’è nulla di più spaventoso.

Rimandiamo all’articolo di Franca Fortunato per riflessioni approfondite sul tema.

Elena Borghi, Alessandra Casarini, Rita Borgioli

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