Grasso, Nebbie di ddraunàra

Tra i preziosi acquisiti recentemente dalla Libreria:

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La geografia di questi racconti non è la Sicilia bagnata dall’onda di un mare che si squarcia contro Scilla e Cariddi, cui ci hanno abituato le grandi narrazioni classiche, né l’arida piana di spighe assolate di verghiana memoria. È invece la geografia dell’arcano, della profezia della maga usa a fare sortilegi, del vaticinio che oracola oscuri accenti ad una stirpe dannata di sopravvissuti.
Sopravvissuti al leocinio della civiltà, alla mattanza della Storia, all’inganno del tempo, cui oppongono le risorse dell’esorcismo, della malignità, della frode, unica dote contro l’impostura dei buoni sentimenti. Anime nere, sazie di un odio così grande che ne riscatta l’infame carne. Nei racconti la lingua si snoda, si denuda, riluttante a ogni regola sintattica. Vomita umori, odori, liquori. Si fa corpo, ventre, inguine. Si torce, s’aggroviglia, produce neologismi, barbarismi. Accoglie la seduzione delle ellissi, di brevi frasi fulminanti e monche, di parole create proprio per quel contesto, spese una volta e poi abbandonate.
In questa lingua, l’autrice si butta, addirittura vi si scaglia, con tutte le sue ossessione e angosce. Ne risulta una scrittura grottesca, accaldata, e per qualche verso disperata.

Silvana Grasso, Nebbie di ddraunàra
La Tartaruga, 1993

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